Dalla Giordania invio di gente al macello. Per non dimenticare.

TO WHOM IT MAY CONCERN

jordan

Rimandare richiedenti asilo e rifugiati nella propria terra significa mandarli al massacro. Davanti a loro due strade: la morte o il carcere a vita.

Sembra, tuttavia, non tenerne conto la Giordania, che nei giorni scorsi ha rimandato 800 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati, in Sudan.

Deportare rifugiati vìola il consueto principio di diritto internazionale di non refoulement, che vieta ai governi di mandare la gente nei luoghi in cui rischiano di essere perseguitati, torturati, o esposti a pene o trattamenti inumani o degradanti.

Unica colpa dei sudanesi quella di aver protestato contro trattamenti discriminanti e le condizioni di vita in cui vivevano.

La scusa del portavoce del governo giordano è che i sudanesi in questione erano entrati nel Paese con il pretesto di cercare cure mediche, motivo per il quale sono stati rimandati tutti indietro. Questo non giustifica un’azione così palesemente disumana oltre che contraria al diritto internazionale.

Di seguito i link della stampa…

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Intervista ad Hagos sulla questione etiope

Dedichiamo questa prima intervista di radio4rifugiati al popolo oromo, un gruppo etnico che rappresenta il 32% della popolazione in Etiopia (24milioni di persone) e che è presente anche in Kenya.

Nelle ultime settimane ci sono state proteste a causa degli espropri che il Governo vuole fare togliendo alla gente la propria terra. Il risultato è stato un massacro.

Clicca qui per andare all’intervista

 

Dalla Giordania invio di gente al macello. Per non dimenticare.

jordan

Rimandare richiedenti asilo e rifugiati nella propria terra significa mandarli al massacro. Davanti a loro due strade: la morte o il carcere a vita.

Sembra, tuttavia, non tenerne conto la Giordania, che nei giorni scorsi ha rimandato 800 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati, in Sudan.

Deportare rifugiati vìola il consueto principio di diritto internazionale di non refoulement, che vieta ai governi di mandare la gente nei luoghi in cui rischiano di essere perseguitati, torturati, o esposti a pene o trattamenti inumani o degradanti.

Unica colpa dei sudanesi quella di aver protestato contro trattamenti discriminanti e le condizioni di vita in cui vivevano.

La scusa del portavoce del governo giordano è che i sudanesi in questione erano entrati nel Paese con il pretesto di cercare cure mediche, motivo per il quale sono stati rimandati tutti indietro. Questo non giustifica un’azione così palesemente disumana oltre che contraria al diritto internazionale.

Di seguito i link della stampa internazionale.

America-Al jazeera: La Giordania deporta 800 rifugiati dopo le proteste

The guardian: Rifugiati sudanesi forzatamente deportati dalla Giordania temono l’arresto e la tortura

Human Rights Watch: Giordania: deportati richiedenti asilo sudanesi

 

 

Non essere invisibile

Alex Assali, scappato in Siria e poi in fuga dall’ISIL in Libia. Una persona straordinaria da conoscere. Non importa se rifugiato, immigrato o qualsiasi altra cosa … ogni persona ha una ricchezza e una capacità, può contribuire e dare sempre qualcosa. Essere insieme e aiutare chi ha bisogno.. questo è quello che conta. Sentire chi ha voglia di essere ascoltato ed essere visto, non essere invisibile.

Storia di Alex

 

Il buco nero della democrazia

A distanza di 5 anni da quando la c.d. Primavera dei Gelsomini ha portato in Tunisia l’odore della democrazia, il Paese si ritrova ancora a chiedere libertà.

La storia ci insegna che mafia, estremismi e poteri forti si inseriscono nelle crepe della società,  portando ordine apparente e sicurezza.

Non è un caso che nei Paesi dell’Africa in cui la dittatura è stata cacciata, la maggior parte dei cittadini si ritrova a rimpiangerla. Perchè la democrazia porta una parvenza di potere riconquistato, ma i veri depositari di questo potere presto vengono allo scoperto come i burattinai che hanno guidato le rivoluzioni e che volevano solo sostituirsi al dittatore, senza la minima volontà di rimettere realmente nelle mani del popolo la sovranità.

Così il corno d’Africa, così il Mghreb, così il mondo.

E oggi la Tunisia torna a chiedere la libertà. E al grido hurriyah capiamo che le dittature sono tante e si annidano anche nel buco nero della democrazia.

Vale

Situazione in Tunisia

 

Segnaliamo il seguente manifesto che pone all’attenzione del Governo italiano quanto sta succedendo da settimane in Etiopia nel disinteresse generale!

Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi

Al Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea Emilio Dalmonte

Al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni

Al Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini

Manifesto Democratico del Popolo Etiope Oppresso

Roma, 13 Gennaio 2016

Noi, i rifugiati politici etiopi che vivono in Italia, con questo documento facciamo appello alla sua autorità, al suo giudizio, alla sua coscienza per impedire che il sanguinario regime totalitario e dittatoriale della minoranza Tigre in Etiopia perseveri nella sua feroce barbarie. Per porre fine agli omicidi di massa, i delitti politici, le torture, la pulizia etnica, la plateale apartheid, le repressioni di stampo nazista, le persecuzioni politiche, l’appropriazione istigata dal governo delle scarse risorse del Paese. Questo regime assetato di sangue, responsabile del deposito di miliardi di dollari presso banche straniere, ha privato la popolazione della propria libertà e dei propri beni, causando fame, carestie e la morte di decine di milioni di connazionali etiopi non appartenenti alla minoranza Tigre. Gli odiati membri del regime di minoranza Tigre non rappresentano alcuno al di fuori di se stessi. In particolare poniamo alla sua attenzione la massiccia deportazione di stampo stalinista di oltre otto milioni di persone appartenenti al popolo Oromo. Persone amanti della pace, non violente, compassionevoli e laboriose sradicate dalle terre che tradizionalmente hanno abitato, che hanno ereditato da antenati eroici, che hanno onorato nei secoli. Terre, queste, vendute a poteri stranieri comunisti e fondamentalisti. Il regime di minoranza Tigre è composto da poco più di due milioni di abitanti di cittadinanza Tigre nella parte nord-occidentale dell’Etiopia, Paese formato da oltre settanta nazioni e nazionalità, che conta un totale di oltre un centinaio di milioni di abitanti, laddove solo il popolo Oromo ne conta oltre 40 milioni in tutto il Paese. Supportata, con l’invio di armi e denaro, da alcune potenze sia occidentali che orientali, la minoranza Tigre ha avviato in Etiopia la sua espansione. Questo accaparramento illegale su larga scala delle terre richiede seriamente la sua attenzione. La vittima, senza dubbio, è il popolo Oromo. Con il sostegno di Dio, grazie al proprio lavoro e alla lotta per la sopravvivenza, gli Oromo, per più di 3000 anni, hanno avuto terre fertili, con i cui prodotti hanno sostenuto il resto della nazione, facendo tesoro delle proprie abilità e della propria esperienza in agricoltura. La popolazione rurale etiope è costituita, infatti, in gran parte dai contadini Oromo, piccoli proprietari terrieri coraggiosi e dinamici – l’orgoglio dell’Etiopia – un corpo attivo di cittadini africani indipendenti e liberi. Con il piano di espansione della minoranza Tigre, gli Oromo, privati delle terre, non sono più riusciti a mantenersi, né hanno potuto reinventarsi, ad esempio, come operai, non esistendo industrie. Di fatto, invece, si sono trasformati nella più prostrata tra tutte le classi sociali, in proletariato agricolo o si sono ridotti all’indigenza. L’inclinazione agricola Oromo, oggi, non trova in Etiopia alcuna forma di sostegno. Lo sfruttamento del popolo Oromo, l’oppressione, la deportazione, lo sradicamento dalle sue terre sono avvenuti nel corso dei secoli. Quello della minoranza Tigre non è stato un singolo atto violento, è un barbarico piano organizzato. Altro fattore che richiede seriamente la sua attenzione è il piano d’azione politico razzista Tigre, la strategia che sta mettendo in atto per mettere l’uno contro l’altro cristiani e musulmani, con l’intento manifesto di dare origine ad una guerra di religione in Etiopia. Il regime Tigre si è reso colpevole di incendi dolosi a danno di edifici religiosi, chiese e moschee per seminare un clima di ostilità: quando e se questo accade, il conflitto e la guerra civile fra le numerose nazionalità che compongono il Paese diventano rischi concreti. In questo caso non è difficile immaginare che, a confronto, la tragedia rwandese sarebbe un pic-nic della domenica. L’obiettivo di questo manifesto è informare sull’urgenza di intraprendere azioni appropriate e tempestive da parte della comunità internazionale, per fermare questa situazione. La tempestività è essenziale. Suggeriamo che, dato un periodo transitorio per gli accordi, mediante un’operazione di controllo di Nazioni Unite e Comunità europea, esattamente come con la missione UNOMSA in Sud-Africa, si arrivi ad elezioni libere e giuste, per porre termine al regime razzista di minoranza Tigre e costruire un progresso economico democratico e pacifico per il Il popolo etiope, sottoposto per troppo tempo dal regime di minoranza Tigre ad oppressioni, stermini, deportazioni massicce, violazioni della libertà e dei diritti umani, può legittimamente adottare le misure necessarie in uno sforzo comune per eliminare questo governo razzista dal panorama politico etiope. Le nostre richieste sono le seguenti: 1. La nazione etiope e le varie nazionalità che la compongono sono unite in uno sforzo comune per rovesciare il regime di minoranza Tigre e costruire un sistema pacifico, democratico ed orientato al progresso, dove la legalità, la giustizia, la democrazia e il rispetto dei diritti umani siano rispettati tramite elezioni libere e giuste. Esortiamo la comunità internazionale a sostenere questo programma; 2. La nazione etiope è pronta ad accettare la riconciliazione e perdonare, ma non a dimenticare il genocidio, i crimini di guerra ei crimini contro l’umanità perpetrati dal regime Tigre finché non verranno accettate elezioni libere ed eque, entro un lasso di tempo adeguato; 3. Noi, il popolo etiope, sollecitiamo la comunità internazionale ad essere ferma nel sostenere la grande maggioranza del popolo etiope contro lo il terrorismo di stato, l’oppressione e il genocidio commessi dal regime di minoranza Tigre, spianando così il terreno alla libertà ed alle elezioni prima che sia troppo tardi. Lasciate che prevalga la libertà.

La Comunità Oromo in Italia Fratello Aga Yussut, Presidente

Silenzio

Silenzio

Fate silenzio, signori! Ascoltate i rumori della cronaca e dimenticatevi del resto.

Questo sembra essere il messaggio che arriva all’inconscio dai media internazionali in questi mesi. Burkina Faso, Gambia, Etiopia, vi dicono nulla? E che ne è dei conflitti in Siria?

Come quando i mezzi di comunicazione non esistevano. Per realtà come quelle che vi ho appena citato (alcune tra tantissime) vale ancora il passa parola. Amici di amici che hanno parenti in posti interessati da ingiustizie diffuse, raccontano quello che sta accadendo. Allora succede che chi come me è interessata a capirne di più si affida ancora ai mezzi di informazione (?) convenzionali trovando poco, quasi nulla.

Perché?

Utilizziamo questo spazio per far circolare le notizie su quello che succede nel mondo. Su quello che il mondo nasconde ai più.