Dalla Giordania invio di gente al macello. Per non dimenticare.

jordan

Rimandare richiedenti asilo e rifugiati nella propria terra significa mandarli al massacro. Davanti a loro due strade: la morte o il carcere a vita.

Sembra, tuttavia, non tenerne conto la Giordania, che nei giorni scorsi ha rimandato 800 persone, tra richiedenti asilo e rifugiati, in Sudan.

Deportare rifugiati vìola il consueto principio di diritto internazionale di non refoulement, che vieta ai governi di mandare la gente nei luoghi in cui rischiano di essere perseguitati, torturati, o esposti a pene o trattamenti inumani o degradanti.

Unica colpa dei sudanesi quella di aver protestato contro trattamenti discriminanti e le condizioni di vita in cui vivevano.

La scusa del portavoce del governo giordano è che i sudanesi in questione erano entrati nel Paese con il pretesto di cercare cure mediche, motivo per il quale sono stati rimandati tutti indietro. Questo non giustifica un’azione così palesemente disumana oltre che contraria al diritto internazionale.

Di seguito i link della stampa internazionale.

America-Al jazeera: La Giordania deporta 800 rifugiati dopo le proteste

The guardian: Rifugiati sudanesi forzatamente deportati dalla Giordania temono l’arresto e la tortura

Human Rights Watch: Giordania: deportati richiedenti asilo sudanesi

 

 

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Non essere invisibile

Alex Assali, scappato in Siria e poi in fuga dall’ISIL in Libia. Una persona straordinaria da conoscere. Non importa se rifugiato, immigrato o qualsiasi altra cosa … ogni persona ha una ricchezza e una capacità, può contribuire e dare sempre qualcosa. Essere insieme e aiutare chi ha bisogno.. questo è quello che conta. Sentire chi ha voglia di essere ascoltato ed essere visto, non essere invisibile.

Storia di Alex

 

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Il buco nero della democrazia

A distanza di 5 anni da quando la c.d. Primavera dei Gelsomini ha portato in Tunisia l’odore della democrazia, il Paese si ritrova ancora a chiedere libertà.

La storia ci insegna che mafia, estremismi e poteri forti si inseriscono nelle crepe della società,  portando ordine apparente e sicurezza.

Non è un caso che nei Paesi dell’Africa in cui la dittatura è stata cacciata, la maggior parte dei cittadini si ritrova a rimpiangerla. Perchè la democrazia porta una parvenza di potere riconquistato, ma i veri depositari di questo potere presto vengono allo scoperto come i burattinai che hanno guidato le rivoluzioni e che volevano solo sostituirsi al dittatore, senza la minima volontà di rimettere realmente nelle mani del popolo la sovranità.

Così il corno d’Africa, così il Mghreb, così il mondo.

E oggi la Tunisia torna a chiedere la libertà. E al grido hurriyah capiamo che le dittature sono tante e si annidano anche nel buco nero della democrazia.

Vale

Situazione in Tunisia

 

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Segnaliamo il seguente manifesto che pone all’attenzione del Governo italiano quanto sta succedendo da settimane in Etiopia nel disinteresse generale!

Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi

Al Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea Emilio Dalmonte

Al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni

Al Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini

Manifesto Democratico del Popolo Etiope Oppresso

Roma, 13 Gennaio 2016

Noi, i rifugiati politici etiopi che vivono in Italia, con questo documento facciamo appello alla sua autorità, al suo giudizio, alla sua coscienza per impedire che il sanguinario regime totalitario e dittatoriale della minoranza Tigre in Etiopia perseveri nella sua feroce barbarie. Per porre fine agli omicidi di massa, i delitti politici, le torture, la pulizia etnica, la plateale apartheid, le repressioni di stampo nazista, le persecuzioni politiche, l’appropriazione istigata dal governo delle scarse risorse del Paese. Questo regime assetato di sangue, responsabile del deposito di miliardi di dollari presso banche straniere, ha privato la popolazione della propria libertà e dei propri beni, causando fame, carestie e la morte di decine di milioni di connazionali etiopi non appartenenti alla minoranza Tigre. Gli odiati membri del regime di minoranza Tigre non rappresentano alcuno al di fuori di se stessi. In particolare poniamo alla sua attenzione la massiccia deportazione di stampo stalinista di oltre otto milioni di persone appartenenti al popolo Oromo. Persone amanti della pace, non violente, compassionevoli e laboriose sradicate dalle terre che tradizionalmente hanno abitato, che hanno ereditato da antenati eroici, che hanno onorato nei secoli. Terre, queste, vendute a poteri stranieri comunisti e fondamentalisti. Il regime di minoranza Tigre è composto da poco più di due milioni di abitanti di cittadinanza Tigre nella parte nord-occidentale dell’Etiopia, Paese formato da oltre settanta nazioni e nazionalità, che conta un totale di oltre un centinaio di milioni di abitanti, laddove solo il popolo Oromo ne conta oltre 40 milioni in tutto il Paese. Supportata, con l’invio di armi e denaro, da alcune potenze sia occidentali che orientali, la minoranza Tigre ha avviato in Etiopia la sua espansione. Questo accaparramento illegale su larga scala delle terre richiede seriamente la sua attenzione. La vittima, senza dubbio, è il popolo Oromo. Con il sostegno di Dio, grazie al proprio lavoro e alla lotta per la sopravvivenza, gli Oromo, per più di 3000 anni, hanno avuto terre fertili, con i cui prodotti hanno sostenuto il resto della nazione, facendo tesoro delle proprie abilità e della propria esperienza in agricoltura. La popolazione rurale etiope è costituita, infatti, in gran parte dai contadini Oromo, piccoli proprietari terrieri coraggiosi e dinamici – l’orgoglio dell’Etiopia – un corpo attivo di cittadini africani indipendenti e liberi. Con il piano di espansione della minoranza Tigre, gli Oromo, privati delle terre, non sono più riusciti a mantenersi, né hanno potuto reinventarsi, ad esempio, come operai, non esistendo industrie. Di fatto, invece, si sono trasformati nella più prostrata tra tutte le classi sociali, in proletariato agricolo o si sono ridotti all’indigenza. L’inclinazione agricola Oromo, oggi, non trova in Etiopia alcuna forma di sostegno. Lo sfruttamento del popolo Oromo, l’oppressione, la deportazione, lo sradicamento dalle sue terre sono avvenuti nel corso dei secoli. Quello della minoranza Tigre non è stato un singolo atto violento, è un barbarico piano organizzato. Altro fattore che richiede seriamente la sua attenzione è il piano d’azione politico razzista Tigre, la strategia che sta mettendo in atto per mettere l’uno contro l’altro cristiani e musulmani, con l’intento manifesto di dare origine ad una guerra di religione in Etiopia. Il regime Tigre si è reso colpevole di incendi dolosi a danno di edifici religiosi, chiese e moschee per seminare un clima di ostilità: quando e se questo accade, il conflitto e la guerra civile fra le numerose nazionalità che compongono il Paese diventano rischi concreti. In questo caso non è difficile immaginare che, a confronto, la tragedia rwandese sarebbe un pic-nic della domenica. L’obiettivo di questo manifesto è informare sull’urgenza di intraprendere azioni appropriate e tempestive da parte della comunità internazionale, per fermare questa situazione. La tempestività è essenziale. Suggeriamo che, dato un periodo transitorio per gli accordi, mediante un’operazione di controllo di Nazioni Unite e Comunità europea, esattamente come con la missione UNOMSA in Sud-Africa, si arrivi ad elezioni libere e giuste, per porre termine al regime razzista di minoranza Tigre e costruire un progresso economico democratico e pacifico per il Il popolo etiope, sottoposto per troppo tempo dal regime di minoranza Tigre ad oppressioni, stermini, deportazioni massicce, violazioni della libertà e dei diritti umani, può legittimamente adottare le misure necessarie in uno sforzo comune per eliminare questo governo razzista dal panorama politico etiope. Le nostre richieste sono le seguenti: 1. La nazione etiope e le varie nazionalità che la compongono sono unite in uno sforzo comune per rovesciare il regime di minoranza Tigre e costruire un sistema pacifico, democratico ed orientato al progresso, dove la legalità, la giustizia, la democrazia e il rispetto dei diritti umani siano rispettati tramite elezioni libere e giuste. Esortiamo la comunità internazionale a sostenere questo programma; 2. La nazione etiope è pronta ad accettare la riconciliazione e perdonare, ma non a dimenticare il genocidio, i crimini di guerra ei crimini contro l’umanità perpetrati dal regime Tigre finché non verranno accettate elezioni libere ed eque, entro un lasso di tempo adeguato; 3. Noi, il popolo etiope, sollecitiamo la comunità internazionale ad essere ferma nel sostenere la grande maggioranza del popolo etiope contro lo il terrorismo di stato, l’oppressione e il genocidio commessi dal regime di minoranza Tigre, spianando così il terreno alla libertà ed alle elezioni prima che sia troppo tardi. Lasciate che prevalga la libertà.

La Comunità Oromo in Italia Fratello Aga Yussut, Presidente

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Silenzio

Silenzio

Fate silenzio, signori! Ascoltate i rumori della cronaca e dimenticatevi del resto.

Questo sembra essere il messaggio che arriva all’inconscio dai media internazionali in questi mesi. Burkina Faso, Gambia, Etiopia, vi dicono nulla? E che ne è dei conflitti in Siria?

Come quando i mezzi di comunicazione non esistevano. Per realtà come quelle che vi ho appena citato (alcune tra tantissime) vale ancora il passa parola. Amici di amici che hanno parenti in posti interessati da ingiustizie diffuse, raccontano quello che sta accadendo. Allora succede che chi come me è interessata a capirne di più si affida ancora ai mezzi di informazione (?) convenzionali trovando poco, quasi nulla.

Perché?

Utilizziamo questo spazio per far circolare le notizie su quello che succede nel mondo. Su quello che il mondo nasconde ai più.

 

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Somalia: la fuga di un popolo e i disagi di un rifugiato

Foto: Roberto Monaldo/LaPresse Foto: Roberto Monaldo/LaPresse

Di Zakaria Mohamed Ali (Giornalista Freelance)

Dopo l’indipendenza la Somalia ha attraversato numerose difficoltà politiche e sociali; a partire dagli anni Ottanta si trova in una condizione di guerra civile permanente. Dal 1960 (anno dell’indipendenza) fino a oggi, il nostro paese ha vissuto vari cambiamenti politici e sociali, la maggior parte dei quali dovuti alle distruzioni apportate dalla guerra civile e dall’esodo dei cittadini somali verso l’estero. A lasciare il proprio paese sono stati soprattutto i giovani, costretti a partire perché in Somalia non c’è alcun futuro, sia nel campo lavorativo che nello studio. È per questo che in tanti hanno deciso di attraversare il Sahara e di affrontare il Mediterraneo mettendo a rischio la loro vita. Nel loro percorso hanno affrontato tante difficoltà e pericoli.

Quando sono partito dalla Somalia sono entrato in un’altra dimensione, nuova e difficile da comprendere. Le tante guide necessarie per attraversare i vari paesi “di mezzo”, oltre a farsi pagare molto, vendono i loro “clienti” da una guida all’altra, privandoli così di tutte le risorse economiche. Ma per chi vuole raggiungere una meta lontana, e per chi desidera attraversare i confini, non resta che accettare. Questi “intermediari” sono delle persone senz’anima, spesso prive di scrupoli: a volte si vedono 45 persone su una Toyota su cui al massimo potrebbero salirne non più di dieci. Ho accettato anche questo: o quelle condizioni, oppure la sete nel Sahara, non avevo scelta. I contrabbandieri del deserto e delle carrette del mare guadagnano moltissimo, anche se tanta gente perde la vita durante il viaggio. Questi morti sono inutili, conseguenza della guerra e dell’insicurezza del nostro paese.

Io, Zakaria Mohamed Ali, scrivo e faccio il giornalista. Sono alle prime armi, cerco di parlare delle difficoltà incontrate durante il mio viaggio, e ho preparato tre quaderni di appunti per chiunque abbia un pizzico di comprensione e umanità, oltre che voglia di capire.

In Somalia le persone che avevano dei risparmi hanno lasciato il paese, spostandosi anche in luoghi vicini. Sicuramente non si possono sintetizzare in poche righe le difficoltà e le tragedie che hanno attraversato il mio paese. Però vorrei focalizzare l’attenzione sulle difficoltà che attraversano i somali giunti in Europa, America e Australia, e che a loro volta vogliono portare all’estero i propri familiari, rimasti intrappolati in una guerra che non ha tregua, e che é diventata una maledizione per tutti.

Inghilterra, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Svizzera e Italia rappresentano i paesi con le comunità somale più numerose. I Somali che risiedono in Italia sono di varie generazioni, alcuni arrivati prima della guerra, venuti per studiare e rimasti per oltre 20 anni, mentre altri – come me – giunti da poco via mare e sbarcati a Lampedusa.

Il viaggio per arrivare in Italia non é facile, e non solo per la traversata del Mediterraneo. Ho lasciato Mogadiscio con un camion, per poi attraversare il confine etiopico e dirigermi in Sudan. Da questo tratto in poi inizia il Sahara, e chi sopravvive vede la Libia.

A differenza di altri paesi africani, in Libia i somali residenti sono pochissimi e non hanno attività commerciali. È un luogo di sosta che serve solo ad imbarcarci verso l’Europa. I Libici non sono teneri, e non ci sono opportunità di lavoro. Chi si salva dalle loro carceri può affrontare subito il viaggio via mare. Quelli che hanno avuto un destino favorevole e una grande fortuna giungono in Italia. Questa fortuna si chiama Lampedusa (Sicilia) o Malta, mentre per altri essere sfortunati vuol dire morire. E dopo Lampedusa finalmente l’Europa dei sogni. Ma la domanda è: quello che hanno trovato é quello che si aspettavano? Che cosa c’è in Europa? E come “continua” la fortuna?

Come molti di voi sapranno, in Italia c’è la possibilità di chiedere una “protezione internazionale”. Ai sensi dalla normativa internazionale e dalla legge Italiana viene garantita protezione a chi fugge dal proprio paese a chi abbia subito violenza o rischia di subirne. Ci sono tre diversi “status” per avere il permesso di soggiorno: quello di rifugiato con un permesso di soggiorno valido 5 anni, lo status di protezione sussidiaria con un permesso di soggiorno di 3 anni, e un permesso di soggiorno di 1 anno per motivi umanitari.

Tanti ragazzi Somali che hanno avuto la fortuna di essere riconosciuti rifugiati e che hanno un permesso di soggiorno di 5 anni hanno la possibilità di estendere il loro status anche ai propri familiari, come genitori, fratelli o eventuali figli lasciati in Somalia. Per ottenere il ricongiungimento familiare c’è bisogno di avere il cosiddetto “Nulla Osta”, un documento che consente che i propri familiari possano raggiungere il rifugiato. Una volta ottenuto è necessario che i familiari in questione si presentino al Consolato Italiano di Nairobi per avere il visto per l’Italia.

Dopo 5 mesi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato da parte dello Stato italiano, i ragazzi che hanno ottenuto il Nulla Osta contattano le loro famiglie per dirgli di recarsi velocemente al consolato Italiano di Nairobi a richiedere il visto per l’Italia. Dopo 3 settimane le famiglie presentano la documentazione per il test del DNA, che dovrebbe certificare l’effettiva parentela con il rifugiato in Italia.

La trafila per fare il test del DNA dura tra i 3 e i 4 mesi, e altri 45 giorni per avere il risultato. L’attesa é pesante e dolorosa. Negli altri paesi Europei una volta che viene effettuato il test del DNA si ottiene subito il visto. Spesso i ragazzi non ricevono risposta, e dopo tanti tentativi di mettersi in contatto con il consolato italiano a Nairobi via e-mail, fax e telefono, spesso ci si rivolge ad un avvocato.

Il Consolato Italiano non eccelle per tempestività, anche perché a termini di legge la risposta per un ricongiungimento familiare dovrebbe essere data entro 30 giorni. Il Consolato italiano ha sito web dove le famiglie possono prenotare un appuntamento, che solitamente viene fissato dopo un periodo di attesa che va dai 4 agli 8 mesi: quindi i ragazzi per avere un appuntamento devono aspettare 26 giovedì, o quasi. La prenotazione infatti la si può inoltrare solo la mezzanotte di ogni giovedì, senza peraltro essere sicuri di riuscirci, perché a quell’ora il sito dell’ambasciata rimane attivo dai 40 ai 60 secondi. Se passa questo minuto si è costretti ad aspettare il giovedì successivo. Anche se un rifugiato è riuscito a trovarsi un alloggio (altra condizione necessaria al fine di ottenere il ricongiungimento familiare) e ad ottenere un Nulla Osta, non è detto che riesca a far entrare i propri cari in Italia.

Il sistema di prenotazioni on-line, il test del DNA, i tempi di attesa, e i documenti necessari (che non si capisce mai se sono tutti o no), diventano un “Sahel amministrativo”. I Somali che si trovano in Africa hanno inoltre maggiori difficoltà a gestire questa situazione, mentre gli altri residenti in Italia hanno spesso enormi problemi ad integrarsi, data la difficoltà di apprendere la lingua italiana e dunque la ridotta possibilità di studiare o trovare un lavoro e una sistemazione.

La catastrofe in cui versa la Somalia è innanzitutto un problema somalo, che riguarda anche i somali della diaspora. Tuttavia, la nostra situazione ha bisogno di più spazio all’interno dell’informazione italiana. In altri paesi europei i profughi hanno più strumenti per ricominciare, mentre i profughi che vivono in Italia che aiuto ricevono in proporzione alle difficoltà che incontrano?

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EMERGENZA IMMIGRATI

In quepericolosti giorni di concitazione generale dovuta a uno dei tanti mondi sommersi appena scovati in Italia, in prima linea non c’è una seria riflessione sui motivi che ci hanno portati così in basso. Non c’è una serie di interrogativi e interrogazioni a chi di competenza su come riempire quei vuoti istituzionali che hanno portato all’oligarchia nell’accoglienza. Non c’è una ricerca seria e certosina su come possiamo ripartire il prima possibile azzerando tutto. No. Continuiamo a sentire parlare di emergenza immigrati (come se l’immigrazione fosse un’emergenza improvvisa e non un fenomeno ormai strutturale). E, in fondo, forse, la maggior parte degli italiani (fomentata da una politica vile che continua a farecampagna elettorale sulla pelle delle persone) inizia a pensare che anche il problema della corruzione sia da imputare….agli immigrati! Come dire che il problema del cancro è la persona. Effettivamente non c’è niente di più facile che pensare che se non ci fossero stati gli immigrati, non ci sarebbe stato tutto il malaffare che si è creato intorno.

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