Somalia: la fuga di un popolo e i disagi di un rifugiato


Foto: Roberto Monaldo/LaPresse Foto: Roberto Monaldo/LaPresse

Di Zakaria Mohamed Ali (Giornalista Freelance)

Dopo l’indipendenza la Somalia ha attraversato numerose difficoltà politiche e sociali; a partire dagli anni Ottanta si trova in una condizione di guerra civile permanente. Dal 1960 (anno dell’indipendenza) fino a oggi, il nostro paese ha vissuto vari cambiamenti politici e sociali, la maggior parte dei quali dovuti alle distruzioni apportate dalla guerra civile e dall’esodo dei cittadini somali verso l’estero. A lasciare il proprio paese sono stati soprattutto i giovani, costretti a partire perché in Somalia non c’è alcun futuro, sia nel campo lavorativo che nello studio. È per questo che in tanti hanno deciso di attraversare il Sahara e di affrontare il Mediterraneo mettendo a rischio la loro vita. Nel loro percorso hanno affrontato tante difficoltà e pericoli.

Quando sono partito dalla Somalia sono entrato in un’altra dimensione, nuova e difficile da comprendere. Le tante guide necessarie per attraversare i vari paesi “di mezzo”, oltre a farsi pagare molto, vendono i loro “clienti” da una guida all’altra, privandoli così di tutte le risorse economiche. Ma per chi vuole raggiungere una meta lontana, e per chi desidera attraversare i confini, non resta che accettare. Questi “intermediari” sono delle persone senz’anima, spesso prive di scrupoli: a volte si vedono 45 persone su una Toyota su cui al massimo potrebbero salirne non più di dieci. Ho accettato anche questo: o quelle condizioni, oppure la sete nel Sahara, non avevo scelta. I contrabbandieri del deserto e delle carrette del mare guadagnano moltissimo, anche se tanta gente perde la vita durante il viaggio. Questi morti sono inutili, conseguenza della guerra e dell’insicurezza del nostro paese.

Io, Zakaria Mohamed Ali, scrivo e faccio il giornalista. Sono alle prime armi, cerco di parlare delle difficoltà incontrate durante il mio viaggio, e ho preparato tre quaderni di appunti per chiunque abbia un pizzico di comprensione e umanità, oltre che voglia di capire.

In Somalia le persone che avevano dei risparmi hanno lasciato il paese, spostandosi anche in luoghi vicini. Sicuramente non si possono sintetizzare in poche righe le difficoltà e le tragedie che hanno attraversato il mio paese. Però vorrei focalizzare l’attenzione sulle difficoltà che attraversano i somali giunti in Europa, America e Australia, e che a loro volta vogliono portare all’estero i propri familiari, rimasti intrappolati in una guerra che non ha tregua, e che é diventata una maledizione per tutti.

Inghilterra, Olanda, Danimarca, Norvegia, Svezia, Svizzera e Italia rappresentano i paesi con le comunità somale più numerose. I Somali che risiedono in Italia sono di varie generazioni, alcuni arrivati prima della guerra, venuti per studiare e rimasti per oltre 20 anni, mentre altri – come me – giunti da poco via mare e sbarcati a Lampedusa.

Il viaggio per arrivare in Italia non é facile, e non solo per la traversata del Mediterraneo. Ho lasciato Mogadiscio con un camion, per poi attraversare il confine etiopico e dirigermi in Sudan. Da questo tratto in poi inizia il Sahara, e chi sopravvive vede la Libia.

A differenza di altri paesi africani, in Libia i somali residenti sono pochissimi e non hanno attività commerciali. È un luogo di sosta che serve solo ad imbarcarci verso l’Europa. I Libici non sono teneri, e non ci sono opportunità di lavoro. Chi si salva dalle loro carceri può affrontare subito il viaggio via mare. Quelli che hanno avuto un destino favorevole e una grande fortuna giungono in Italia. Questa fortuna si chiama Lampedusa (Sicilia) o Malta, mentre per altri essere sfortunati vuol dire morire. E dopo Lampedusa finalmente l’Europa dei sogni. Ma la domanda è: quello che hanno trovato é quello che si aspettavano? Che cosa c’è in Europa? E come “continua” la fortuna?

Come molti di voi sapranno, in Italia c’è la possibilità di chiedere una “protezione internazionale”. Ai sensi dalla normativa internazionale e dalla legge Italiana viene garantita protezione a chi fugge dal proprio paese a chi abbia subito violenza o rischia di subirne. Ci sono tre diversi “status” per avere il permesso di soggiorno: quello di rifugiato con un permesso di soggiorno valido 5 anni, lo status di protezione sussidiaria con un permesso di soggiorno di 3 anni, e un permesso di soggiorno di 1 anno per motivi umanitari.

Tanti ragazzi Somali che hanno avuto la fortuna di essere riconosciuti rifugiati e che hanno un permesso di soggiorno di 5 anni hanno la possibilità di estendere il loro status anche ai propri familiari, come genitori, fratelli o eventuali figli lasciati in Somalia. Per ottenere il ricongiungimento familiare c’è bisogno di avere il cosiddetto “Nulla Osta”, un documento che consente che i propri familiari possano raggiungere il rifugiato. Una volta ottenuto è necessario che i familiari in questione si presentino al Consolato Italiano di Nairobi per avere il visto per l’Italia.

Dopo 5 mesi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato da parte dello Stato italiano, i ragazzi che hanno ottenuto il Nulla Osta contattano le loro famiglie per dirgli di recarsi velocemente al consolato Italiano di Nairobi a richiedere il visto per l’Italia. Dopo 3 settimane le famiglie presentano la documentazione per il test del DNA, che dovrebbe certificare l’effettiva parentela con il rifugiato in Italia.

La trafila per fare il test del DNA dura tra i 3 e i 4 mesi, e altri 45 giorni per avere il risultato. L’attesa é pesante e dolorosa. Negli altri paesi Europei una volta che viene effettuato il test del DNA si ottiene subito il visto. Spesso i ragazzi non ricevono risposta, e dopo tanti tentativi di mettersi in contatto con il consolato italiano a Nairobi via e-mail, fax e telefono, spesso ci si rivolge ad un avvocato.

Il Consolato Italiano non eccelle per tempestività, anche perché a termini di legge la risposta per un ricongiungimento familiare dovrebbe essere data entro 30 giorni. Il Consolato italiano ha sito web dove le famiglie possono prenotare un appuntamento, che solitamente viene fissato dopo un periodo di attesa che va dai 4 agli 8 mesi: quindi i ragazzi per avere un appuntamento devono aspettare 26 giovedì, o quasi. La prenotazione infatti la si può inoltrare solo la mezzanotte di ogni giovedì, senza peraltro essere sicuri di riuscirci, perché a quell’ora il sito dell’ambasciata rimane attivo dai 40 ai 60 secondi. Se passa questo minuto si è costretti ad aspettare il giovedì successivo. Anche se un rifugiato è riuscito a trovarsi un alloggio (altra condizione necessaria al fine di ottenere il ricongiungimento familiare) e ad ottenere un Nulla Osta, non è detto che riesca a far entrare i propri cari in Italia.

Il sistema di prenotazioni on-line, il test del DNA, i tempi di attesa, e i documenti necessari (che non si capisce mai se sono tutti o no), diventano un “Sahel amministrativo”. I Somali che si trovano in Africa hanno inoltre maggiori difficoltà a gestire questa situazione, mentre gli altri residenti in Italia hanno spesso enormi problemi ad integrarsi, data la difficoltà di apprendere la lingua italiana e dunque la ridotta possibilità di studiare o trovare un lavoro e una sistemazione.

La catastrofe in cui versa la Somalia è innanzitutto un problema somalo, che riguarda anche i somali della diaspora. Tuttavia, la nostra situazione ha bisogno di più spazio all’interno dell’informazione italiana. In altri paesi europei i profughi hanno più strumenti per ricominciare, mentre i profughi che vivono in Italia che aiuto ricevono in proporzione alle difficoltà che incontrano?

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